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RASSEGNA STAMPA |
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| Da "Ritmi " - giugno 2010 - Luciano Beccia |
Un pezzo di storia |
Il Maestro Giorgio Gandino è considerato dai più un'istituzione della cultura percussionistica e batteristica italiana. Stimato didatta, dalla sua scuola di batteria sono usciti non pochi del più significativi nomi del panorama batteristico nazionale: insomma, è un 'papà' del nostro strumento. Con non poca emozione da parte di chi scrive -
passato dal ruolo di ex allievo a quello di intervistatore - lo abbiamo incontrato nella sede del PercStudio, la scuola di Torino che dirige dal 1969.
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Come ti sei avvicinato alla musica?
Credo sia la musica ad essersi avvicinata a me, rivelandosi con le grandi orchestre di musica leggera italiana degli anni '50, con la musica ooensuce che ascoltava mia madre, con l'ascolto del mio sempre amato Richard Wagner e infine la scoperta del jazz il giorno che rimasi folgorato dalla tromba e dal canto di Chet Baker.
Per quale motivo hai scelto proprio la batteria?
In primo luogo il suono che producevano i tamburi. Poi il fascino dello strumento illuminato! In quegli anni le pelli erano naturali e venivano scaldate da lampadine poste all'interno dei fusti e vi garantisco che l'effetto era spettacolare: e infine la gestualità del musicista che percuoteva tutti quegli strumenti. In particolare il mio ricordo affettuoso va a Ciccio Vitaliti, il batterista dell'orchestra Angelini.
Qual è stata la tua formazione musicale?
Mi definirei un autodidatta, Ho incominciato a suonare cercando di riproporre quello che sentivo fare dai batteristi italiani dell'epoca, i grandi li avrei scoperti in seguito. Ho avuto delle nozioni di teoria e solfeggio da un collega violinista i rudimenti li ho studiati sull'unico metodo esistente, il Gene Krupa, e ho frequentato per sei mesi le lezioni di batteria a Milano di Pupo De Luca.
Quali sono state le tue prime esperienze professionali?
A 16 anni ho incominciato a suonare nelle sale da ballo, si diceva, e si dice ancora adesso, 'a orecchio' a 20 anni ho intrapreso la professione che per dieci anni
mi ha portato a lavorare nei più importanti night club italiani, con delle uscite anche all'estero. Avevamo un impresario che ci programmava le date, cambavemo sempre città di mese in mese. Il periodo era quello dei mitici anni '60 e '70. Si suonava di tutto, dalla musica pop, canzoni, agli standard di jazz e senza 'dischetti'! Nei locali alla moda si lavorava non stop anche fino alle tre del mattino. Potete immaginare la fatica, compensata però da soddisfazione e divertimento. Il guadagno era soddisfacente.
Qual è stata la motivazione che ti ha spinto a diventare insegnante?
Dal momento che ho vinto un concorso all'Orchestra Sinfonica del Teatro Regio di Torino ho dovuto dare l'addio (professionale) alla batteria ed è subito scattato in me il desiderio di non abbandonarle, bensì di approfondirne la conoscenza, trasmettere ai giovani la mia esperienza e cercare di ovviare ai ridicoli e approssimativi insegnamenti di alcuni pseudo insegnanti di Torino.
Parlando d'insegnamento, sei stato definito da molti l'alter ego di Enrico Lucchini: com'erano i vostri rapporti?
Ho conosciuto Enrico nel 1961 a Stresa. dove eravamo impegnati a suonare in orchestre da ballo. Avevamo gusti batteristici diversi, ma le nostre dispute si stemperavano davanti a un buon bicchiere di whisky.
Nel '66 mi trovavo a suonare a Parigi ed Enrico mi aveva fatto assistere ad alcune lezioni con Dante Agostini Terminati i suoi studi e rientrato in Italia, mi aveva proposto di entrare far parte della scuola che avevo già avviato a Torino, ma non se ne fece nulla: fu la fortuna per gli aspiranti batteristi milanesi. So per certo, da alcune testimonianze, che mi stimava per la carriera che avevo fatto, soprattutto per la militanza in un'orchestra sinfonica. |
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